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Di che colore è la neve?

3.2 Esperienza della comunione con Dio attraverso un mediatore

Se l’unio mystica è “l’esperienza diretta e passiva della presenza di Dio”, è lecito chiedersi: come è possibile una comunione con Dio che si fondi su un “mediatore” o un suo inviato?

A motivo dell’Incarnazione spesso Dio si serve di altri uomini per portare una certa persona o tutta una comunità alla consapevolezza del suo essere e del suo amore. E’ come se Dio voglia servirsi di loro, perchè essi, in quanto “canali” del suo amore divino, lo trasmettano alle altre persone, perché il suo amore non le può raggiungere direttamente. Se il massimo che l’uomo può sperimentare è l’inabitazione di Dio nella sua anima, ciò che viene immediatamente dopo (se il massimo non gli è concesso) è che la sua vita lo conduca a un tale mediatore e che egli viva e operi affidandosi a lui e, per mezzo di lui, a Dio stesso. L’essere divino non si svelerà mai completamente nel mondo in tutta la sua pienezza per mezzo della persona di un mediatore, a meno che questi non sia “Dio stesso”, Gesù Cristo, come affermano i cristiani. In tutti gli altri casi, anche quando il mediatore si abbandona perfettamente a Dio, la luce divina, attraverso l’essenza del mediatore, verrà inconsapevolmente e involontariamente “rifratta”. Ogni intermediario è “visione” e “rappresentazione (mediata)”, soggettiva, di Dio. Francesco d’Assisi ne ha dato un’immagine, così Antonio, Rita, Teresa. Di qui si comprende anche perchè “Dio deve morire” quando muoiono i suoi mediatori e tutte le persone da loro influenzate e a loro affini. La rivelazione di Dio consiste in una “rifrazione” dell’essere divino attraverso i suoi molteplici intermediari. E il modo in cui l’essenza di Dio si rifrange attraverso un mediatore è assolutamente condizionato dalle qualità proprie del mediatore, e quindi dal suo modo di rifrangere Dio. Per tutti gli altri Dio rimarrà come morto e muto. Le persone che non possono vedere Dio direttamente - perché non ne hanno la capacità o perché non è loro consentito - dipendono in tutto nella loro conoscenza di Dio, dal mediatore, e solo da lui e per mezzo di lui possono “concepire” Dio. E se vogliono sapere qualcosa su Dio o rivolgersi a Lui, devono passare attraverso il mediatore perché li aiuti “in nome di Dio” o trasmetta a Dio i loro desideri. Perchè ciò avvenga queste persone devono nutrire per il mediatore una fiducia illimitata e un grandissimo amore, così come egli deve abbandonarsi a Dio con tutto il suo essere per poter servire da “ponte” puro e affidabile. Vi può essere dunque una unione “diretta” (mistica) con Dio e una comunione attraverso la mediazione di molti intermediari. E, anche qui, tra questi due poli estremi, esiste naturalmente una quantità enorme di stadi intermedi, passaggi e forme miste.

A proposito di “mediazione umana”, prendiamo il termine “guru”; per gli hindu, non significa semplicemente “maestro spirituale” o “direttore spirituale”. Noi occidentali lo traduciamo così, ma il vero guru è un santo, un contemplativo che, propriamente, “desta spiritualmente” i suoi discepoli. Traggo un esempio dall’unico mistico della mia città: Paolo Manassei da Terni, vissuto tra il ‘500 e il ‘600, entra giovane tra i cappuccini a Panicale. I più antichi documenti concordano nel rilevare nel suo sacerdozio un lungo periodo di rilasciamento spirituale, poi incontra San Giuseppe da Leonesa, durante una delle sue predicazioni itineranti e, grazie a lui, il giorno di Pentecoste, riceve il dono di un vero risveglio spirituale; si converte e intraprende una nuova vita di grande fervore e di penitenza. Prima di morire scrive una bella opera mistica, “Il paradiso interiore”. Impressionante è anche la descrizione che il giudice Nikolaj Motowilow fa del suo incontro con il famoso santo della Chiesa Orientale Serafino di Sarov (1759-1833). Andò a trovare lo staretz nella sua capanna nel novembre 1831. Stavano seduti su tronchi appena abbattuti in una radura presso il Sarowka, un piccolo fiume. C’era la neve alta e i fiocchi continuavano a cadere. Lo staretz istruiva il giudice sul modo in cui poteva ottenere i doni dello Spirito Santo. Ed ecco il racconto di Motowilow: “Io guardavo il suo viso e un forte brivido, colmo di timore, mi percorse. Immaginate di vedere il volto della persona che sta parlando con voi in mezzo al sole, nello splendore massimo del mezzogiorno. Voi percepite i movimenti delle sue labbra, l’espressione mutevole degli occhi, sentite la sua voce, sentite che qualcuno vi tiene per le spalle con le sue mani, ma non vedete queste mani, e nemmeno la sua figura, solamente lo splendore accecante che promana da lei, che si diffonde intorno a lei con la sua chiara luminosità inonda di luce la neve della radura”. Allo stesso tempo il giudice sentiva “una tale pace e quiete nella sua anima” quale non sapeva “esprimere con partole”, una “dolcezza straordinaria”, una “gioia straordinaria in tutto il cuore”, “un calore straordinario” e un profumo che non ha eguali sulla terra. Chiunque studi una qualunque “Storia della mistica” noterà una cosa sorprendente: nella vita dei grandi contemplativi si avverte la presenza e l’influsso di altri contemplativi; basti pensare al ruolo di Evagrio il Pontico nel monachesimo orientale, ai Padri Cappadoci, ad Ambrogio e Agostino, a Bernardo e Guglielmo di St. Thierry, a Suso, Tauler e il loro Meister Eckhart, a Teresa e Giovanni della Croce, al Gagliardi e alla Berinzaga, a Francesco di Sales e Jeanne de Chantal, per citarne un piccolissimo numero. Ognuno può divertirsi ad abbinare i mistici, gli uni algli altri. E’ un lavoro da fare!