slide8.jpg

E-Mail

Modulo per l'invio di e-mail:
Email:
Oggetto:
Messaggio:
Di che colore è la neve?

3.5 Mistica e letteratura

Il Verbo si è fatto carne non solo perché si è umiliato assumendo la nostra carne mortale, ma perché si è incorporato nella caducità e molteplicità delle lingue e dei discorsi umani. Come la pentecoste ha sanzionato il riscatto di qualsiasi lingua parlata dall’uomo come atta a svolgere il discorso divino, l’umiliazione della croce ha qualificato quel linguaggio a misura dell’equazione “humilitas Christi – humilitas sermonis”. La presa di coscienza di questo fatto da parte dei cristiani, li inserisce nell’ordine del linguaggio e dunque della cultura. Ora, la vita monastica è stata da sempre il fondamento stesso dell’umanesimo cristiano, che andrebbe considerato nel suo impatto sulla cultura generale. Non possiamo enumerare qui tutti i cambiamenti nella vita monastica che rivelano l’intervento di una creatività geniale, ma dobbiamo constatare che questi cambiamenti, nel corso della storia, significano ogni volta una rilevante vittoria dell’umanesimo. Certo, la tentazione di alcuni gruppi e movimenti devoti di disprezzare la scienza ed esaltare l’ignoranza in nome di Dio si è avvertita più volte, ma San Basilio dovette arrivare qualche tempo prima di A.J. Festugière alla constatazione che “i monaci incolti sono propriamente ingovernabili”. Per il Maestro, come per San Benedetto, l’abate è al tempo stesso “doctor” e il monastero è una “schola” di formazione permanente. La “schola Christi” è uno dei temi favoriti di Sant’Agostino. Dom Guy-Marie Oury, a proposito della congregazione di San Mauro, scrive: “Coscienti… della parte imputabile alla mancanza di formazione intellettuale e all’ozio dei religiosi nel declino del monachesimo, i mauristi si sono dimostrati fin dalle origini parteggianti degli studi seri, vedendoci la salvaguardia dello spirito di preghiera, di solitudine e di contemplazione”.

E’ probabile che i monaci, in ogni secolo e anche di ogni generazione, abbiano avuto altri motivi per attaccarsi all’ignoranza, origine di tutti gli errori secondo Agostino, ma il fatto saliente, conclusione per così dire di una storia secolare, è che la stagnazione religiosa comincia esattamente là dove s’installa la pigrizia intellettuale, e il rinnovamento religioso si nutre sempre di uno sforzo di concentrazione mentale, di un atto di coraggio del cervello.

Si può anche aggiungere che ad ogni riforma monastica corrisponde un progresso della speculazione antropologica. Dal IX al XII secolo si moltiplicano i trattati “De anima”. Certo, se ne discuteva al Palazzo, all’Accademia palatina, ma gli abitanti dei monasteri non vivevano ai margini del movimento culturale del proprio tempo. Le loro migliori penne intervennero nel dibattito sulla natura dell’anima. Non si trattava assolutamente di un’antropologia di tipo speculativo: il tema centrale era l’incontro dell’uomo con Dio. “Nulla è più necessario all’uomo, in questa vita mortale, della conoscenza di Dio e dell’uomo”, aveva affermato Alcuino, uno dei primi a prendere posizione, fin dalle prime righe del suo “De animae ratione”. All’origine di questa ricerca vi era il contrasto tra la miseria e la nobiltà dell’uomo, che San Gregorio, dopo Sant’Agostino, aveva con tanta forza richiamato: a causa del peccato l’uomo è ignobile, ma poiché l’immagine di Dio non può essere in lui cancellata, egli è nobile: un intero capitolo parla di questa “nobilitas”.

Il tema di questa grandezza infinita dell’uomo e, di conseguenza la possibilità d’un amore tra eguali, era già divenuta per così dire un luogo comune in tutta la mistica vera alla fine del medioevo, anche tra gli autori meno originali, come quello della “Nube della non-conoscenza”; egli, come il certosino che tradusse la “Pietra brillante” di Ruusbroec, dopo aver affermato l’eguaglianza di grandezza in ordine alla natura tra l’uomo e Dio, aggiunge, quanto mai prudentemente, che è la grazia che rende l’uomo “sufficient at the fulle to comprehende al him by love”:

“Poiché egli (Dio) è di grandezza uguale (“even mete”) alla nostra anima, nella misura della sua divinità, e la nostra anima è di grandezza uguale (“even mete”) a lui per la dignità d’essere stati creati a sua immagine e somiglianza. E lui solo, e nessun altro se non lui, può soddisfare pienamente, e molto più, la volontà e il desiderio della nostra anima. E la nostra anima, in virtù di questa grazia trasformante, è resa pienamente capace di comprenderlo interamente nell’amore” (“The cloud of unknowing” cap. 4)

Alcune traduzioni francesi, tedesche e italiane non rendono affatto l’originale e, cambiando il significato originale del testo affermano che “Dio si degna di scendere alla misura della nostra piccolezza. Egli scende al livello della nostra anima e vi proporziona la sua divinità”. Riportiamo la versione italiana pubblicata dall’Editrice Ancora. Vi si legge: “Egli scende al nostro livello, adattando la sua divinità alla nostra capacità di comprensione. D’altra parte, la nostra anima presenta qualche affinità con lui, dal momento che siamo stati creati a sua immagine e somiglianza…”. Queste traduzioni insistono tutte sull’ineguaglianza, nonostante l’autore mistico inglese ripeta espressamente l’ “even mete” della reciprocità, tra eguale e eguale. Se non sappiamo tradurre l’inglese, figuriamoci cosa ci si può aspettare dalle versioni dal cinese antico o dal sanscrito! Ecco perché è importante studiare la mistica come “letteratura”.

La Parola di Dio è un libro scritto con arte; gli autori ispirati, anche se quelli del Nuovo Testamento scrivono nella “lingua comune”, rispettano e utilizzano i generi letterari, i procedimenti della retorica. I Profeti sono dei poeti e ciascuno dei testimoni di Cristo ha sfumato con la sua propria eloquenza il messaggio ricevuto. I Padri della Chiesa, non dovevano dunque distaccarsi da questa impostazione; essi proclamano che l’eloquenza non è che uno strumento, che non si ha il diritto di ricercarla per se stessa; tuttavia, fatte queste riserve, si sentivano obbligati a ricorrervi. Lo “stile elegante” è un omaggio reso a Dio. Un asceta come S. Girolamo è uno scrittore di professione; egli sa bene che l’efficacia del suo insegnamento dipende in parte dalla qualità della sua lingua. Incarnandosi, il Verbo ha deposto la sua eterna Verità nei vasi che la storia modella, ad ogni epoca, per gli uomini che devono conservarla nel loro cuore, poi trasmetterla, con le parole che hanno appreso dalla loro civiltà. Nella mistica il linguaggio è presa di coscienza e fatto culturale della “nuova nascita” promessa da Gesù e che ci costituisce Suoi figli, figli del Verbo. Teresa d’Avila e Giovanni della Croce sono universalmente riconosciuti come “maestri della lingua spagnola”; come Ruusbroec, che creerà, due secoli prima una lingua che fondamentalmente non s’evolverà più: il fiammingo letterario; così il salotto mistico di Madame Acarie a Parigi negli anni 1600 – 1610, sarà la culla del classicismo francese, e Marie de l’Incarnation ha fatto del Quebec del XVII secolo una regione francofona. I mistici sono come l’organo della Parola divina e rispondono alla vocazione originaria di Adamo: dare il nome a tutto ciò che è, attraverso la parola. Essi sanno non sapendo, perché questo sapere è al di là del concetto. Non è, quindi, un concetto che si può comunicare con facilità o un’idea che si può spiegare. E’ veramente ineffabile. Le idee si possono comunicare, gli oggetti che si vedono si possono descrivere, ma l’esperienza mistica non è una visione, né la comunicazione di concetti. E’ difficile descriverla e per questo può essere evocata solo simbolicamente. Per questo motivo i mistici spesso sono anche poeti. Il mistico e il poeta sono figure tra loro molto vicine. E’ interessante studiare le poesie di Santa Teresa di Lisieux o di Santa Teresa d’Avila, anche se, dal punto di vista stilistico e letterario non sono perfette. San Giovanni della Croce, invece, è molto raffinato. Anche San Francesco, che pure non si era mai esercitato nell’arte poetica, scrisse grandi poesie. Questo perché quando si deve esprimere un’esperienza mistica il linguaggio cui più facilmente si ricorre è quello poetico o, comunque, quello simbolico, anche se si scrive in prosa.