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Di che colore è la neve?

3.9 Come disporsi a ricevere la grazia

E’ vero che – come abbiamo più volte ribadito – è Dio che fa tutto, ma noi possiamo offrirgli una natura ben disposta, “pre-disposta” ad accogliere la Sua grazia infusa che, investendoci, ci “purifica” ci “illumina” e ci “unisce” a Lui. In questo possiamo essere educati attraverso un cammino di formazione, perché la grazia presuppone la natura; leggiamo Guglielmo di Saint Thierry e il suo De natura et dignitate amoris. Nella Epistula ad Fratres de Monte-Dei lo stesso Guglielmo traccia un cammino di crescita spirituale: l’ “uomo animale” deve risolversi a diventare “uomo razionale” (intellettuale), dopo di che potrà divenire “spirituale” e, se Dio vorrà, “contemplativo”. Ma Guglielmo insegna che non si salta mai dal primo al terzo grado, senza passare per il secondo. Lo studio è importante ed esige una disciplina, il dominio di sé, il silenzio e la concentrazione; esso insegna la regolarità e, all’igiene mentale che richiede va associata immancabilmente un’igiene di ordine fisico/materiale.

Il cristianesimo celebra tutta la realtà umana, compresa la corporeità, la materia, elevando la persona fino a farle scoprire l’universo infinito che è in lei. Tuttavia la mistica cristiana non è affatto il vertice di una perfezione morale, né l’apice di una formazione intellettuale. Le virtù per se stesse non contano, non hanno valore; contano solo se sono una conseguenza dell’amore per Cristo, che ha la priorità su tutte le cose. Nel precetto biblico: “Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” l’accento è sul “tutto”, non sul “cuore”, sull’ “anima” o sulle “forze”. Con Dio non ci si risparmia! Dobbiamo amarlo, e possiamo farlo con amore “mediato” o “immediato”. Nel primo caso l’amore passa attraverso le creature o la creaturalità; nel secondo caso è senza mediazione alcuna. In quest’ultimo tipo di amore (in-mediato) si possono distinguere tre gradi di intensità o di pienezza:

1. La “visione beatifica” riservata ai Santi in paradiso (di cui parla diffusamente il magistero della Chiesa)
2. Il “lumen gloriae” ( che è una grazia particolarissima ed elevatissima dell’esperienza “diretta”)
3. La “conoscenza (o notitia) intuitiva” dei mistici, prodotta dalla presenza di Dio, senza mediazione creaturale.

Bisogna sempre verificare l’autenticità delle ultime due esperienze (terrene), attraverso il dono del discernimento.

Quando ci si è determinati ad intraprendere “il santo viaggio”, come dice il salmista, si deve entrare nella casa di Dio, nel Suo tempio, che siamo noi. La migliore accoglienza della grazia mistica è dunque un autentico cammino di interiorizzazione. Concordo pienamente con Paolo Gambini quando, nel sussidio “In cerca di autenticità” scrive: “C’è una grande ignoranza a proposito della vita spirituale o interiore. Fin da piccoli ci insegnano a leggere e a scrivere, oggi anche ad usare il computer e navigare in internet. Esistono corsi di nuoto, di musica, di danza, di lingue, ma nessuno ci ha mai iniziati alla vita interiore. Nessuno ci ha insegnato a stare in silenzio, nessuno ci ha avviati alla preghiera o alla meditazione (profonda) della Parola di Dio. Non l’hanno fatto i nostri genitori ma neppure il prete, il catechista o l’insegnante di religione”.

Scrive Martin Buber nei suoi Discorsi sull’educazione: “C’è stato un tempo, ci sono stati dei tempi nei quali non esisteva, e non c’era bisogno che esistesse, un’esplicita vocazione dell’educatore o dell’insegnante. In quei tempi un maestro, un filosofo o un fabbro viveva con i suoi discepoli o apprendisti. Questi ultimi imparavano da lui ciò che egli, con il suo lavoro manuale o intellettuale, aveva da insegnare per il fatto stesso che li faceva partecipare al suo lavoro, ed essi, senza accorgersene, e senza che egli si fosse occupato espressamente di ciò imparavano, ne ricevevano lo spirito, incluso il mistero della vita personale. Ben inteso, in una certa misura, esiste ancora qualcuno in cui convivono spirito e persona, ma ciò è relegato nell’ambito della spiritualità, della personalità, ed è diventato un’eccezione, una situazione di “elevazione”. Questa considerazione del grande filosofo ebreo tedesco si applica perfettamente al processo di sviluppo della vita interiore di cui stiamo trattando. Purtroppo, almeno in Italia, non esistono più grandi Maestri di spiritualità, ma solo “santoni” di dubbia reputazione, che radunano folle immense sfoggiando i loro presunti carismi, magari in televisione, come a pubblicizzare i loro prodotti, alla maniera dei maghi, con cospicui profitti dovuti alle televendite del sacro. I veri maestri che io ho avuto il privilegio di conoscere personalmente erano uomini di grande cultura e discrezione, di profondissima fede e interiorità. Don Divo Barsotti e Dom Pierre Miquel, Abate di Ligugé, erano degli autorevoli contemplativi; chi viveva con loro era “iniziato” alla vita interiore, spirituale. Ho usato il verbo “iniziare” non a caso, perché “iniziare” delle persone alla vita interiore significa propriamente agire con loro come fanno in genere i genitori col loro figlioletto quando vogliono insegnargli a parlare; allora gli ripetono una stessa parola molte volte poi lo incoraggiano a pronunciarla correttamente. E l’apprendimento sarà graduale, lento. E’ un compito molto delicato, che richiede grande pazienza, dedizione di tempo e amore. La storia delle religioni ci insegna che l’iniziazione esige una formazione analoga a quella che si svolge ancora in alcune corporazioni di mestieri e nelle procedure di tirocinio. Essa permette la trasmissione da individuo a individuo non solo di una particolare competenza tecnica, ma anche di una certa sensibilità e abilità artistica e di determinate qualità morali o spirituali; quindi l’iniziazione prevede – almeno nel nostro caso – una formazione pratica, intellettuale e spirituale che solo in parte si può trasmettere per iscritto o per via telematica. Ecco perché delineerò delle semplici tracce di un cammino, servendomi delle testimonianze dei mistici.
“Quando noi siamo fedeli nel consacrare ogni giorno un tempo più o meno lungo, secondo le nostre attitudini e i nostri doveri di stato, ad intrattenerci con il nostro Padre celeste, a raccogliere queste ispirazioni e ad ascoltare questi “richiami” dello Spirito, allora le parole di Cristo, Verba Verbi, come li chiama Sant’Agostino, si moltiplicheranno inondando l’anima di luce divina e schiudendo in lei le sorgenti di vita, perché ella vi si possa sempre abbeverare. Così si realizza la promessa di Gesù Cristo: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. E San Giovanni aggiunge “Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv. 7, 37-38). (Beato Columba Marmion, Cristo, vita dell’anima)

Santa Maria Maddalena da Firenze insegnava alle sorelle in formazione a conoscere la volontà di Dio “dentro se stesse”, e diceva loro: “se volete un segno certo di questo, attendete all’interna attrazione”. Sì, Dio ci assorbe interiormente, sicché il nostro cuore è sempre orientato verso di Lui. E questa nuova direzione che prende la vita è detta “conversione”. Ciò non esige sforzo, perché l’amore produce il pensiero costante dell’Amato e, pur rivolgendoci dentro di noi, ci proietta fuori di noi, come afferma Bernardo di Chiaravalle: Homo plus est ubi amat quam ubi animat. E noi non viviamo più per noi stessi, ma per Colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi, come dice S. Paolo.

Mens nostra concòrdet voci nostrae - Generalmente agli inizi la preghiera consiste in formule imparate a memoria e recitate vocalmente, senza coinvolgimento interiore, senza la consapevolezza di essere al cospetto di Dio; San Cipriano ci richiama a non dimenticare questo pensiero: “Nel pregare cogitemus nos sub conspectu Dei stare” (De orat. Dom. 4). San Benedetto ci esorta così: “Psàllite sapiénter…in cospéctu Divinitàtis, … et sic stemus ad psalléndum, ut mens nostra concòrdet voci nostrae” (Regola, XIX). Dipendente da Sant’Agostino in quest’insegnamento: “Quando pregate il Signore con salmi ed inni, hoc versetur in corde quod profertur in voce” (Ep. 211,7). Il Vescovo d’Ippona nel Commento ai Salmi afferma: “Se il salmo prega, pregate; se sospira, sospirate; se gioisce, gioite; se spera, sperate; se teme, temete”. Non preghiamo freddamente e non fermiamoci solo alle suppliche, alle raccomandazioni, all’ implorazione di grazie. Dio non è una mucca da mungere, ma una Persona con cui instaurare un dialogo che diventerà fecondo nell’amore.

La Scrittura, specchio dell’anima – Don Antonino Raspanti scrive delle considerazioni appropriate riguardanti la Scrittura. Dice: “La Bibbia è un insieme di libri, cioè racconti di cammini che interpellano intimamente chi vi si accosta. Altri grandi maestri, oltre quelli biblici, hanno saputo fissare l’orma che l’Onnipotente ha lasciato in loro, quando ha richiesto loro di essere strumento vivo della trasmissione del Vangelo da una generazione all’altra. Ma la Bibbia rimane per noi credenti un riferimento assoluto e normativo, perché vi riconosciamo una particolare assistenza dello Spirito Santo nello sforzo compiuto dallo scrittore, consapevolmente coinvolto in una storia con Dio. Non sacralizziamo, ovviamente, i libri dei maestri spirituali, e nemmeno la stessa Bibbia, perché li riteniamo semplici strumenti del grande Scrittore. Questi scrisse un tempo nella vita di alcune persone, come continua oggi a scrivere nella nostra. Perciò noi troviamo corrispondenze, orientamenti, conforto, luci per il nostro cammino, dalla lettura di quei “giornali” di un’anima o di un popolo intero. Chi non ha sperimentato che la lettura di un testo, di una espressione, di una sola parola, lo hanno talvolta liberato, gli hanno tirato fuori un sentimento o un desiderio che portava dentro da tempo ed a cui non sapeva ancora dare un nome? Quella frase adesso è stata così chiara, che ha acceso in noi la voglia di fare o di desiderare o di pregare allo stesso modo. In realtà è un processo squisitamente spirituale, cioè assistito dalla partenza all’arrivo totalmente dallo Spirito. Questi attraverso quei libri ci educa, orienta e sprona, tanto da poter dire che senza di lui ogni lettura non reca frutto per la crescita dell’uomo interiore. “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tim. 3,16). Sarà per questo che alcuni affermano che il contatto con i grandi testi cambia la persona”… “La vita del cristiano è segnata dalla Parola divina, che lo incontra e lo conduce ben al di là di se stesso, fin nel mistero del Figlio rivolto al Padre. Ciò che caratterizza questo incontro e lo rende singolare è la sua dinamica: non essendo mai impersonale, la Parola è rivolta direttamente a colui che la ascolta e, trovandovi un terreno favorevole, lo penetra fino ad operare in lui quello che dice. L’efficacia della divina Parola dipende anche dall’umile abbandono della persona che ad essa si affida. La lettura assidua delle Scritture nella comunione ecclesiale, luogo principe nel quale Dio parla, è tradizionalmente privilegiata dai monaci, e oggi sempre più da ogni credente, quale strumento adatto ad ascoltare Dio per lasciar suscitare nel cuore la risposta alla Parola udita. Leggendo le Scritture il credente sa che quella agisce oggi come allora come se egli fosse contemporaneo ai fatti narrati nel libro. Il testo non narra soltanto una storia passata, ma crea la storia di colui che legge. Così nella fede dell’uomo che aderisce e si abbandona al Dio che gli parla, continua in qualche modo la rivelazione divina. Per meglio dire, lo Spirito Santo continua e completa il mistero di Cristo, che è compiuto nel Capo ma non ancora nelle membra. Non c’è una nuova rivelazione dunque, ma il pieno manifestarsi della presenza di Cristo in ogni creatura. La vita di tutta la creazione è Cristo, e la Parola dona all’uomo una nuova e più alta esistenza, quella nel Verbo incarnato. Così Ambrogio, commentando il Salmo 118: “Come cresce nell’anima la Parola di Dio mentre è accolta ed è intesa, e poi è intimamente penetrata, così la vita dell’anima cresce; e come, al contrario, viene meno nell’anima la Parola di Dio, così all’anima manca la vita”. Gregorio Magno, nel suo Commento morale a Giobbe, scrive: “La Sacra Scrittura si presenta agli occhi della nostra anima come uno specchio, in cui possiamo contemplare il nostro volto interiore. In questo specchio noi possiamo conoscere ciò che in noi c’è di bello e di brutto; possiamo verificare il nostro progresso e quanto siamo lontani dalla meta”.

La sua Legge medita giorno e notte” – è l’impegno del giusto così come lo descrive il Salmo 1, quello che veramente lo connota nell’intimo e distingue la sua via da quella degli empi. Se il suo destino finale sarà completamente diverso, anzi, opposto a quello dei peccatori, è grazie al suo essersi affaticato e impegnato nella Legge del Signore. Questi a sua volta si occupa e si prende cura di lui. Il verbo impegato significa “bisbigliare”, “sussurrare” e, man mano, nella riflessione dei saggi d’Israele, condurrà al meditare, al rimuginare, fino alla lettura saporosa dei Padri con la “ruminatio”. Inevitabilmente questo gesto si lega al tempo e soprattutto alla continuità, che esprime la fedeltà e la crescente tensione del desiderio: “Le mie labbra bisbiglieranno tutto il giorno celebrando la tua giustizia” (Sal. 35,28), “Medito su di Te nelle veglie notturne” (Sal. 63,7). Il cuore e la mente del giusto si fermano costantemente in una riflessione amorosa e saporosa della Legge; questa indica di certo i primi libri della Scrittura, ma significa il volere di Dio nella sua interezza, per noi manifestatosi in Gesù, Via, Verità e Vita”.

Il raccoglimento – Nel Cammino di perfezione (Codice di Valladolid 28) Santa Teresa d’Avila istruisce così le sue figlie spirituali: “Questo modo di pregare, sia pur fatto vocalmente, raccoglie lo spirito assai più rapidamente d’ogni altro e apporta grandi vantaggi. Si chiama “Orazione di raccoglimento” perché l’anima raccoglie tutte le sue potenze e si ritira in se stessa con il suo Dio. Lì il suo Maestro divino viene e riesce più presto che in qualunque altro modo a istruirla e a concederle l’orazione di quiete. Raccolta, infatti, in sé stessa, può meditare sulla passione, rappresentarsi il Figlio di Dio ed offrirlo al Padre, senza stancare la mente alla ricerca di Lui sul Calvario o nell’Orto degli ulivi o flagellato alla colonna. Le persone che sapranno rinchiudersi in questo piccolo cielo della loro anima, dove abita colui che l’ha creata e che pure creò la terra, e abituarsi a non volgere lo sguardo né a soffermarsi su ciò che può distrarre i loro sensi esteriori, seguono, credano pure, un cammino sicuro: non mancheranno di giungere a bere l’acqua della fonte e faranno molta strada in poco tempo (…) queste anime sono già come suol dirsi, in mare aperto, e benché non abbiano lasciato del tutto la terra, durante l’orazione fanno quello che possono per liberarsi da essa, raccogliendo i loro sensi in se stesse. Se il raccoglimento è vero, lo si vede chiaramente per un certo effetto che produce. Io non so come farlo capire; chi l’avrà provato mi comprenderà: sembra che l’anima, nella consapevolezza che le cose del mondo sono un gioco, si alzi nel momento migliore e se ne vada come chi, per non dover temere gli attacchi del nemico, si rifugia in una fortezza. E’ un ritirarsi dei sensi, delle cose esteriori, un disprezzarle a tal punto che gli occhi si chiudono spontaneamente per non vederle, mentre lo sguardo dell’anima si acuisce sempre di più. Ecco perché chi va per questo cammino tiene quasi sempre gli occhi chiusi, ed è un’abitudine degna di ammirazione per molte ragioni, benché occorra farsi forza per non guardare le cose di quaggiù, ma questo è solo al principio, in quanto poi non è più necessario; anzi, costerebbe di più in quel momento tenerli aperti. Sembra che l’anima comprenda di fortificarsi e di acquistar vigore a spese del corpo, lasciandolo solo e indebolito, e ricuperando nell’orazione nuove forze per combatterlo. E quantunque all’inizio non ci si renda conto di tali effetti, non essendo ancora il raccoglimento tanto perfetto – perché ci sono diversi gradi -, se l’anima si abitua ad esso ( pur con la fatica che costa l’inizio, reclamando il corpo i suoi diritti, senza capire che da sé si procura la sua rovina nel non darsi per vinto), se prosegue in tal modo per alcuni giorni e fa seri sforzi, ne vedrà chiaramente il vantaggio. Difatti, appena comincerà a pregare, i suoi sensi si raccoglieranno come quando le api, tornate all’alveare, vi entrano per fare il miele. E questo senza alcuno sforzo da parte sua, perché il Signore ha voluto che, per il tempo in cui ha atteso a ciò, l’anima abbia meritato un tale dominio sulla volontà che non appena fa capire di volersi raccogliere, i sensi le obbediscano e si raccolgano in essa.”

La preghiera fatta di desiderio - A conclusione di questo (sicuramente parziale e incompleto) itinerario spirituale all’interno dell’anima riporto un brano tratto da Lettere e Colloqui spirituali di Osanna Andreasi da Mantova: “Reverendo e carissimo in Cristo patre e unico figliolo nel Crucifixo Jesu. Ho letto le vostre littere e maxime questa ultima. Circa la dimanda che aveti fatta ad me indegna matre vostra e insipida, tutta tremo e non ardirei di adgiungere a chi Dio ha ditato. Ma a la caritade di Cristo non posso negare, la quale il Summo Idio ha infusa ne li nostri cori. O amore divino! Che fai tu ne le anime che non ricusano fatica per amore di Cristo e de proximi suoi uniti per caritade? Dico me essere contenta condiscendere ad questa pia petizione a lo affetto filiale conceputo ne le viscere di Cristo Jesu e abisso de la Divina Bontade. Constretta per tutte queste ragione dico, mio dolcissimo figliolo in sanguine Christi conceputo, che vostra dimanda è bona, iusta e santa, perché la orazione fatta con umilitade e fede e con perseveranza ne l’anima acquista ogni virtute. Ma quanto a quella orazione quotidiana, dico quello che dice il nostro Salvatore: Orantes nolite multum loqui. Questa orazione si fa la maggior parte con pianti, suspiri, lacrime, singulti più che parole, unde lo Apostolo diceva: nui non sapemo come che debbiamo orare, ma il Spirito dimanda in nui e fa dimandare con pianti. Da poi questa ne seguita alcuna volta elevazione di mente quando la persona sta con la mente fixa a Dio, contemplando come presente e a lui offerendo con grande affetto, e l’anima escie di sé medesima, non si ricorda di cosa di questo mondo. Sente alcuna volta una delettazione ne la carne e uno impeto inusitato di spirito che discende come dice il Profeta: Cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum. Quanto a quella cosa che piace più a Dio ne l’anima, mi pare, patre mio prediletto e unico figliolo nel precioso sangue di Cristo, chel sia la mondicia del core e il divino amore, come dice Dionisio: Amor est vis unitiva trasformans amantem in amatum. Sì che queste due cose pare siano grate a Dio ne l’anima”.