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8.1.1 Meister Eckhart

EXCURSUS VITAE

Giovanni Eckhart nasce verso il 1260 ad Hochheim, presso Gotha in Turingia. Verso il 1275 (comunque non prima dei diciotto anni, come imponevano le costituzioni domenicane) entra tra i Domenicani di Erfurt. Prima del 1280 è inviato allo Studium generale di Colonia, fondato da Alberto Magno nel 1248, ed è assai probabile che abbia conosciuto l’illustre docente. I suoi studi teologici cadono proprio nel tempo in cui il tomismo cominciava ad affermarsi come teologia ufficiale dell’Ordine.

Le prime attività di Eckhart non ci sono note. Verso il 1293 è a Parigi, nel Convento di Saint-Jacques e vi tiene un sermone nella Pasqua del 1294; lì ha il primo incarico accademico, quello di Lector sententiarum, ovvero commentatore delle Sentenze di Pietro Lombardo, il libro di base per la formazione teologica di allora. La sua carriera amministrativa dovette cominciare poco più tardi, mostrando così di quanta stima fosse circondato.

Passata la trentina, in data precedente al 1298, è nominato Priore di Erfurt e Vicario provinciale della regione di Turingia; in quel periodo compone la sua prima importante opera in tedesco medievale: i Reden der Unterschreidung (o Reden der Unterweisung in tedesco moderno), si potrebbero chiamare Discorsi spirituali. Verso il 1300 lo ritroviamo a Parigi. E’ a Parigi che riceve il titolo di “Maestro” (Magister, in tedesco Meister) in Teologia nel 1302 (titolo che lo distingue dagli altri Eckhart turingi: Eckhart di Gründing, Eckhart Rube e forse altri).

All’inizio del 1304 il nostro Eckhart è nominato Provinciale di Sassonia (cioè di tutta la Germania del nord), carica che dovette occupare fino al 1311. Nel Capitolo generale del 1307 era stato anche nominato Vicario Generale per la Boemia che dava grossi problemi. Eccolo dunque alla testa di un’immensa provincia che va dai Paesi Bassi al lontano nord tedesco fino alla regione di Praga, governando cinquantuno monasteri di frati domenicani e nove di religiose. La percorrerà in tutte le direzioni. Ci possiamo immaginare il Meister attraversare a piedi, come ce lo descrive efficacemente Suso, tutto il bassopiano tedesco e la Boemia, immerso nella contemplazione e al tempo stesso impegnatissimo in mille azioni pastorali. E’ nel corso di questo periodo che egli redige il suo Libro della consolazione divina e comincia a comporre le Prediche in tedesco.

Nel Capitolo generale tenutosi nel 1311 a Napoli è sollevato dalle funzioni di Provinciale e inviato come Professore a Parigi nel tentativo di rinnovare gli studi nell’Ordine Domenicano e difendere il tomismo contro gli scotisti e l’Ordine francescano in genere, cosa che iniziò a fare nelle sue prime Questiones parisienses e che continuò durante il suo secondo soggiorno parigino (1311/12-1314) nelle seconde Questiones parigine e all’ inizio dell’Opus tripartitum. (Non dimentichiamo che l’intento ambizioso di Eckhart era quello di commentare tutta la Bibbia).

Quest’ultimo soggiorno a Parigi non dovette essere di lunga durata, ma lì, sicuramente, Eckhart può aver incontrato mistici come Raimondo Lullo, Margherita Porete e maestri come Gilles di Roma, Goffredo di Fontaines, Pietro d’Auvergne. Si trovò così, intorno ai cinquant’anni, immerso nell’ambiente spiritualmente e intellettualmente più vivo della cristianità.

Un documento del 13 aprile 1314 lo situa a Strasburgo come Professore di Teologia e predicatore; sicuramente lì a Strasburgo pronunciò in volgare (in alto tedesco) gran parte delle sue prediche. Un documento del 13 novembre 1316 gli dà il titolo di Vicario e Maestro Generale dell’Ordine. La sua attività di docente (a Strasburgo e a Colonia), di predicatore e di direttore spirituale si svolge in numerosi conventi; Eckhart ebbe numerosissimi discepoli. Nel 1324 è inviato di nuovo a Colonia, dove continua il suo insegnamento (allo Studio generale di Colonia un tempo reso famoso da Alberto Magno e da Tommaso d’Aquino).

Sembra che nel 1325 il nostro Maestro sia stato inquisito per la prima volta a proposito di un’operetta tedesca scritta una decina di anni prima: il Liber Benedictus. Nel 1326 compone un’apologia della sua opera, purtroppo andata perduta. Un Visitatore è inviato a porre rimedio agli abusi dottrinali, era Nicola di Strasburgo. Egli non infierì contro Eckhart, anzi, lo difese. Fu l’Arcivescovo di Colonia a istruire il “processo ad Eckhart”. Nell’estate del 1326, una commissione depositò una lista di 49 proposizioni imputate al Magister (prima fase del processo di Colonia riassumibile in due atti: A) elenco di proposizioni sospette, tolte dalle opere latine e volgari, B) difese e ritrattazioni messe per iscritto dal maestro). A questo formale atto di accusa Eckhart dà una risposta ufficiale il 26 settembre 1326, inoltre, si rifiuta di riconoscere la validità del tribunale inquisitorio dell’Arcivescovo di Colonia e si appella al tribunale di Parigi e al Papa, dopo di che elabora e presenta una lista di 59 proposizioni, tutte estratte dai Sermoni tedeschi. Eckhart si difende. L’affare s’inasprisce e lui deve leggere, davanti alla commissione vescovile un nuovo atto formale terminando con un appello all’autorità e al giudizio della Santa Sede.

Il 13 febbraio dello stesso anno, di fronte a una commissione, Eckhart fa una dichiarazione pubblica di solenne ortodossia che uno dei suoi confratelli lesse il latino e che egli stesso tradusse in lingua volgare alla folla di ascoltatori accorsi davanti alla Chiesa dei Frati Predicatori di Colonia. Si appella nuovamente al Papa, accettando ogni riprensione dell’autorità ecclesiastica e chiede delle formali lettere dimissorie, una sorta di certificato di congedo.

Poco dopo il febbraio 1327, da Colonia, la commissione vescovile invia un dossier al Papa Giovanni XXII ad Avignone. Sicché Eckhart si reca ad Avignone (affinché gli fosse risparmiata la condanna), dove, tra la metà del 1327 e l’aprile 1328, viene ascoltato da un gruppo di teologi.

Dopo il suo ultimo viaggio in Francia, di lui non si sa più niente. Solo Suso ci porta qualche riflesso di lui. Il grande Meister Eckhart muore agli inizi del 1328, forse a Colonia o in qualche tappa della strada che lo conduceva da Avignone alla sua provincia di Germania; il luogo è incerto e la data altrettanto imprecisa. Si dette successiva notizia che il Prefatus Ekardus, al momento della sua morte, aveva fatto professione di fede cattolica e aveva revocato e riprovato gli articoli condannati.

Non abbiamo motivo di dubitare che proprio la sua morte fu il pretesto per la sua condanna, infatti, il 27 marzo 1329 fu registrata ad Avignone la Bolla “In agro dominico”, che condannava 28 proposizioni attribuite ad Eckhart, con una riserva per le ultime due, che egli non aveva riconosciute come proprie. (Il testo critico della Bolla In agro Dominico di Giovanni XXII è di Laurent.).

Questo è il testo della bolla In agro dominico (cfr. Meister Eckhart, I sermoni latini, Città Nuova, Roma 1989, a cura di Marco Vannini):

  • Giovanni, vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria dell'avvenimento.

Nel campo del Signore, di cui, per disposizione divina, anche se immeritatamente, Noi siamo guardiano ed operaio, dobbiamo esercitare la cura spirituale così vigilmente e prudentemente che, se un nemico vi sparge zizzania sopra il seme della verità, essa sia soffocata sul nascere, prima che germogli con una germinazione nociva, e così - distrutto il seme dei vizi e strappate le spine degli errori - la messe della cattolica verità possa crescere abbondantemente.

Con grande dolore annunciamo che, in questi tempi, un certo Eckhart, dei paesi tedeschi e, secondo quanto si dice, Dottore e Professore di Sacra Scrittura, dell'ordine dei Predicatori, ha voluto saperne più del necessario, in modo imprudente e non conforme alla misura della fede, allontanando l'orecchio dalla verità e rivolgendosi a delle invenzioni. Sedotto, infatti, da quel padre della menzogna, che spesso assume le forme dell'angelo della luce per diffondere la tenebrosa e odiosa oscurità dei sensi al posto della luce della verità, quest'uomo, condotto in errore contro la splendente verità della fede, ha fatto crescere nel campo della Chiesa spine e zizzania, sforzandosi di produrre cardi nocivi e velenosi rovi. Ha così insegnato numerose dottrine che oscurano la vera fede in molti cuori, esponendole specialmente nelle sue prediche di fronte al popolo incolto ed anche ponendole per iscritto.

Dall'indagine svolta in proposito contro di lui, prima per ordine del nostro venerabile fratello Enrico, Arcivescovo di Colonia, e poi ripresa per nostro ordine dalla Curia romana, abbiamo appreso in modo evidente, per confessione del medesimo Eckhart, che egli ha predicato, insegnato e scritto ventisei proposizioni, che suonano così:



  • I - Essendo stato interrogato una volta sul perché Dio non abbia creato prima il mondo, rispose che Dio non poté creare il mondo prima, perché una cosa non può agire prima di essere; perciò, appena Dio fu, subito creò il mondo.


  • II - Similmente si può concedere che il mondo sia esistito dall'eterno.


  • III - Similmente, nel medesimo tempo e nel medesimo istante in cui Dio fu e generò il Figlio, Dio a lui coeterno e in tutto uguale, creò anche il mondo.


  • IV - Similmente in ogni opera, anche cattiva - e dico cattiva sia in ordine alla pena che alla colpa -, si manifesta e riluce ugualmente la gloria di Dio.


  • V - Similmente, chi ingiuria qualcuno loda Dio con quello stesso peccato di ingiuria e, quanto più ingiuria e più gravemente pecca, tanto più loda Dio.


  • VI - Similmente, chi bestemmia Dio stesso, loda Dio.


  • VII - Similmente, chi chiede questa o quella cosa, chiede il male e chiede male, in quanto chiede la negazione del bene e la negazione di Dio, e prega che Dio gli si neghi.


  • VIII - Chi non ha di mira beni, né onori, né utilità, né devozione interna, né santità, né premio, né regno dei cieli, ma ha rinunciato a tutto ciò, e anche a quel che è suo proprio, in tali uomini Dio viene onorato.


  • IX - Di recente mi sono chiesto se volevo ricevere o desiderare qualcosa da Dio: voglio riflettere molto su questo punto, perché se ricevessi qualcosa da Dio, sarei sotto di lui o suo inferiore, come un servo o uno schiavo, ed egli come un padrone, nel dare - e così non dobbiamo essere nella vita eterna.


  • X - Noi siamo trasformati totalmente in Dio e mutati in lui; come nel sacramento il pane viene mutato nel corpo di Cristo, così sono cambiato in lui, giacché egli mi rende uno col suo essere, non simile; per il Dio vivente è vero che non c'è più alcuna distinzione qui.


  • XI - Tutto quello che Dio Padre ha dato al Figlio suo unigenito nella natura umana, lo ha dato anche a me, senza alcuna eccezione, né dell'unione né della santità: lo ha dato tutto a me come a lui.


  • XII - Tutto quello che la Sacra Scrittura dice di Cristo, si verifica totalmente anche in ogni uomo buono e divino.


  • XIII - Tutto quello che è proprio della natura divina, è proprio anche dell'uomo giusto e divino: perciò quest'uomo opera tutto quello che Dio opera, e ha creato insieme a Dio il cielo e la terra, e genera il Verbo eterno, e Dio non saprebbe cosa fare senza un tale uomo.


  • XIV - L'uomo buono deve conformare la propria volontà a quella di Dio in modo tale da volere tutto quel che Dio vuole. Dal momento che Dio in qualche modo vuole che abbia peccato, io non devo voler non aver commesso peccati, e questa è la vera penitenza.


  • XV - Se un uomo avesse commesso mille peccati mortali e fosse in buona disposizione, non dovrebbe voler non averli commessi.


  • XVI - Dio non comanda propriamente alcuna azione esteriore.


  • XVII - L'azione esteriore non è propriamente buona né divina, né Dio la opera propriamente, né la genera.


  • XVIII - Dobbiamo portare il frutto non delle azioni esteriori, che non ci rendono buoni, ma di quelle interiori, che il Padre, che abita in noi, fa ed opera.


  • XIX - Dio ama le anime, non l'opera esteriore.


  • XX - L'uomo buono è l'unigenito Figlio di Dio.


  • XXI - L'uomo nobile è quel Figlio di Dio unigenito che il Padre ha generato dall'eternità.


  • XXII - Il Padre genera me come suo Figlio e come suo stesso Figlio. Tutto quel che Dio opera, è uno; perciò genera me come suo Figlio senza alcuna distinzione.


  • XXIII - Dio è uno secondo tutti i modi e sotto ogni aspetto, per cui non è possibile trovare in lui alcuna molteplicità, né ideale né reale; infatti chi vede la dualità o la distinzione, non vede Dio, perché Dio è uno al di fuori e al di sopra del numero, e non si somma con niente altro nell'uno. Ne consegue che in Dio stesso non può esserci né essere pensata alcuna distinzione.


  • XXIV - Ogni distinzione è estranea a Dio, sia alla natura che alle persone; giacché la natura stessa è una e questo stesso uno, ed ogni persona è una e lo stesso uno che è la natura.


  • XXV - Quando si dice: "Simone, mi ami più di costoro?" (Giovanni 21,15), il senso di questo "più di costoro" indica il bene, ma non la perfezione. Infatti dove c'è un primo e un secondo c'è un più e un meno, una gradazione e un ordine, ma nell'uno non c'è né grado né ordine. Perciò chi ama Dio più del prossimo agisce bene, ma non perfettamente.


  • XXVI - Tutte le creature sono un puro nulla; non dico che siano poca cosa o qualcosa, ma che sono un puro nulla.


  • Si è poi rimproverato al suddetto Eckhart di aver predicato due altre proposizioni con le seguenti parole:



  • XXVII - C'è nell'anima qualcosa di increato e increabile; se tutta l'anima fosse tale, sarebbe increata e increabile; e questo qualcosa è l'intelletto. 


  • XXVIII - Dio non è né buono, né migliore, né ottimo; perciò dico male, quando dico che Dio è buono, come se chiamassi nero il bianco.

  • Noi abbiamo fatto esaminare le proposizioni sopra addotte da numerosi dottori in Sacra Teologia e le abbiamo esaminate con cura noi stessi, insieme con i nostri fratelli. In conclusione, sulla base del giudizio di quei dottori, come del Nostro stesso esame, abbiamo constatato che i primi quindici dei suddetti articoli, ed anche gli ultimi due, sia per i termini adoperati, sia per la connessione dei loro contenuti, contengono errori e la macchia dell'eresia. Invece, gli altri undici, il primo dei quali comincia: "Dio non comanda, ecc.", li abbiamo trovati pericolosi nella espressione, molto temerari e sospetti di eresia, benché, mediante molti chiarimenti e spiegazioni, possano ricevere o avere un senso cattolico.

Perché simili proposizioni o il loro contenuto non corrompano il cuore della gente semplice, alla quale sono stati predicati, né guadagnare credito presso altri, Noi, su consiglio dei nostri suddetti fratelli, condanniamo e riproviamo espressamente come eretici i primi quindici articoli e i due ultimi; come pericolosi nella espressione, temerari e sospetti di eresia gli altri undici sopra citati, e similmente tutti i libri e gli opuscoli di questo Eckhart, che contengono i suddetti articoli o uno di essi. Se poi qualcuno osasse sostenere ostinatamente o approvare questi articoli, vogliamo e ordiniamo che, contro chi difendesse o approvasse i quindici sopra citati e i due ultimi, o uno di essi, si proceda come contro eretico; mentre contro chi difendesse o approvasse gli altri undici, quanto al loro testo, si proceda come sospetto di eresia.
Vogliamo inoltre far sapere, sia a coloro davanti ai quali furono predicati o insegnati gli articoli suddetti, sia a tutti gli altri che ne sono venuti a conoscenza, che - come risulta da un pubblico atto in seguito redatto - il sunnominato Eckhart, confessando alla fine della sua vita la fede cattolica, revocò, quanto al loro senso, ed anche ripudiò i ventisei articoli suddetti, che riconobbe di aver predicato, ed insieme sconfessò tutto quello che, da lui predicato o scritto o insegnato nelle scuole, potesse indurre nell'animo dei fedeli un senso ereticale, o erroneo e contrario alla vera fede. Tutto ciò egli volle che fosse ritenuto assolutamente e completamente revocato, come se avesse sconfessato questi articoli ed il resto uno per uno e separatamente, sottomettendo se stesso e tutti i suoi scritti e tutte le sue parole alla decisione Nostra e della Sede Apostolica.



Dato in Avignone, il 6° giorno delle calende di aprile, l'anno 13° del Nostro pontificato.

LA COMMISSIONE “ECKHART”

Su “commissio” del capitolo generale di Walberberg (1980); il Maestro dell’Ordine Vincent de Couesnongle istituì una “commissione di esperti” che doveva porre la base scientifica per la revisione del processo al Maestro Eckhart. La commissione ha lavorato per quasi dieci anni. Le conclusioni sono state pubblicate in un volume dal titolo “Eckhart Theutonicus, vir doctus et sanctus”, uscito alla fine di gennaio 1992 nelle Edizioni universitarie di Friburgo (col. “Dokimion”, vol 11).

Al volume hanno collaborato illustri studiosi… Da notare: la differenza tra il processo di Colonia (in cui fu condannato come “eretico”) e il processo di Avignone (Curia papale), ove la pratica fu ridotta a un esame delle proposte avanzate da un illustre Maestro di teologia di incontestabile integrità morale: il giudizio degli esaminatori teologici ad Avignone era molto più severo, ma nel Concistoro alcuni membri eminenti, tra cui il cardinale cistercense Jacques Fournier (il futuro Papa Benedetto XII), presero le difese di Eckhart.

Conclusione: per Eckhart non c’è bisogno di “riabilitazione” in senso giuridico (canonico), in quanto egli ad Avignone non ricevette condanne (né alla persona, né alla dottrina, né all’insegnamento; solo furono proscritte alcune “proposizioni”, “prout verba sonant”, formula usata per salvaguardare la reale intenzione dell’autore); tuttavia sarebbe auspicabile una dichiarazione in suo favore (dato lo stato attuale della ricerca e il bisogno diffuso di una Mistica autentica ed esemplare). Eckhart morì sicuramente ad Avignone, tra il luglio 1327 e l’aprile 1328, con molta probabilità il 28 gennaio 1328; crollò sotto il peso delle accuse infamanti che gli furono mosse.

(Testo: P. Jean Bernard Dousse, OP, Genève)

CONSIDERAZIONI

Eckhart fu, nel suo secolo, un genio non compreso se non da pochi discepoli che, evitando cautamente espressioni sospette di panteismo o di immanentismo, seguirono il loro “beato” e “santo” Maestro, divulgando la sua dottrina; tra questi, i discepoli più famosi rimangono Giovanni Tauler ed Enrico Suso, anch’essi domenicani e contemplativi. Eckhart è considerato il Padre della mistica germanica “essenziale”, ma è difficile “estrarre” dalle sue opere mistiche la sua dottrina spirituale, più ancora le sue idee sull’orazione. Piuttosto che esporla, l’esperienza mistica egli la presuppone.

E’ nel sistema platonico e agostiniano che il suo esemplarismo si muove e tocca vertici da capogiro nelle più ardite affermazioni che tanto spaventarono la gerarchia del suo tempo.

Il periodo della sua piena maturità mistica si colloca dopo il 1300 e comprende le Opere Tedesche, capolavori unici dell’intera letteratura medievale.

La piena comprensione di questa “nobile” figura spirituale, della sua esperienza e del suo pensiero filosofico-mistico rimane per tutti un obiettivo quasi irraggiungibile, a mio parere difficilissimo da cogliere e da interpretare correttamente. Ho letto una cinquantina di studi dedicati a precisazioni terminologiche e dottrinali, ma gli studiosi che ne hanno dato l’immagine e le interpretazioni più illuminate e soddisfacenti rimangono essenzialmente due: il grande storico della cultura Aloïs Dempf e la studiosa francese Jeanne Ancelet-Hustache.

Una buona “introduzione” ai mistici renano-fiamminghi si deve a Louis Cognet (morto nel 1970) professore per molti anni all’Istitut Catholique di Parigi e insigne studioso della Spiritualità moderna e medievale. Per un primo approccio ai mistici del Nord sono validissime le pubblicazioni (in italiano) della Carmelitana tedesca Giovanna della Croce (al secolo Gerda von Brockhusen, filologa) e Alain de Libera, docente di Storia delle teologie cristiane nell’Occidente medievale all’École pratique des Hautes Études de Paris, ora Professore all’Università di Ginevra. Segnaliamo un’opera del 1952: Giovanni della Volpe, Eckhart, o della filosofia mistica, Ed. Storia e Letteratura, Roma 1952. In Italia Marco Vannini ha pubblicato moltissimi articoli e libri su Eckhart ed ha tradotto tutte le sue opere per conto di varie case editrici.

Non mi entusiasma il lavoro di Kurt Ruh, “Meister Eckhart. Teologo – Predicatore – Mistico” edito dalla Morcelliana, sono invece da considerare gli studi di Aloïs M. Haas.

Gli scritti di Eckhart andrebbero letti in tedesco medievale (cioè in dialetto medio-alto-tedesco) perché, nella migliore traduzione in tedesco moderno, Eckhart – diceva il Professor Deblaere – perde i due terzi del suo straordinario vigore; e aggiungeva: “Vale la pena imparare il tedesco medievale per leggere Eckhart!”.

LE OPERE

La produzione letteraria di Eckhart comprende due gruppi di opere: quelle latine, tutte collocabili prima del 1300, abbreviate con LW (Lateinische Werke) e pubblicate da Kohlhammer a Stoccarda nel 1956 a cura di tre studiosi: E. Benz, B. Decker e J. Koch, e le opere tedesche, abbreviate DW (Deutsche Werke) a cura di Josef Quint, che comprendono tre volumi di Sermoni (Predigten), un quarto volume in preparazione finora incompiuto per la sopraggiunta morte di Quint ed un quinto volume comprendente i Trattati (Traktate) di Eckhart in tedesco medievale. Copiate da anonimi amanuensi (in più di 200 manoscritti in nostro possesso), le prediche del maestro domenicano non furono mai dimenticate.

Dei diciotto Trattati editi da Pfeiffer, gli studiosi contemporanei di Eckhart hanno accettato come autentici solo i quattro sotto elencati; li presentiamo brevemente insieme alla raccolta dei Sermoni :

  1. Il libro della consolazione divina fu composto per Agnese, figlia del Duca Alberto d’Austria, nata nel 1281, moglie del Re d’Ungheria Andrea che, alla morte del marito (1301), fu tanto tormentata da intrighi politici e familiari da ritrovarsi letteralmente priva di mezzi, fino a dover dare in pegno i propri gioielli. Si rifugiò a Vienna, presso il padre – Imperatore dal 1298 - il quale fu assassinato nel 1308 dal nipote Giovanni. Pochi anni dopo, nel 1313, le morì anche la madre Elisabetta. Di queste vicende siamo informati dalle fonti storiche e da una certa Elisabetta, figlia di un precedente matrimonio del Re d’Ungheria, che seguì la matrigna (Agnese) a Vienna e che fu poi monaca a Töss e figlia spirituale di Enrico Suso (discepolo di Eckhart). In questo contesto si inserisce la composizione del libro, la cui data non è certa. Fra tutti i trattati è senza dubbio quello letterariamente costruito meglio e trova i suoi antecedenti nel genere letterario delle “consolazioni”, il cui exemplum è per Eckhart prima di tutto in Boezio (che scrive, nel 524 d.C. la famosa Consolatio Philosophiae); vi è in effetti molto stoicismo anche in quest’opera del domenicano.Si capisce bene perché questo testo abbia dato da pensare agli Inquisitori, dal momento che Eckhart esprime in modo chiaro e netto il concetto della comunità di essenza col Padre, nel Figlio, utilizzando la tradizionale dottrina latina del filioque (Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio) per dire che lo Spirito proviene anche dall’uomo “trinitario”, in quanto figlio, e lo stesso Figlio. Il libretto è da considerarsi la vera introduzione alla sua opera ed è anche di grandissima importanza per la comprensione del suo sviluppo, perché adesso Eckhart ha trovato il pensiero chiave della sua dottrina della grazia sotto l’influenza di Platone o, forse, nella dipendenza agostiniana dal suo confratello tedesco Teodorico di Freiberg. Parti della prima accusa di Colonia sono state prese da questo libriccino della Consolazione. Il suo nuovo pensiero si esprime con la dottrina della nostra giustificazione per grazia che, però, non è niente senza la giustizia eterna del Cristo. Per quella noi siamo giustificati e siamo partecipi della vita divina. Dio entra nella nostra personalità, nel nostro spirito, nella volontà, fino al “fondo” del nostro essere, nell’essenza (=wesen), fino alla nascita di Dio in noi. Il pensiero platonico-agostiniano della “partecipazione”, che Tommaso d’Aquino aveva sempre represso, erompe in Eckhart in tutta la sua potenza e determina ora la “teologia” mistica del Meister, tutta incentrata sulla personalità deiforme dell’uomo. Dio entra come giustizia e verità nell’ “essenza” (= wesen tedesco), nel “fondo dell’anima” (= in dem grunde der sêle).

  1. Dell’uomo nobile – si tratta di uno scritto breve ma assai interessante per il pensiero di Eckhart. Riprendendo un celebre passo del De vera religione di Agostino (il suo maestro prediletto, tante volte citato), si tracciano i gradi dell’ascesa dell’ “uomo “ verso Dio; ma il settimo ed ultimo grado, indicato da Agostino nel riposo e nella beatitudine eterna, viene eliminato e, al suo posto, Eckhart situa lo ire et reverti del brano di Luca che serve da filo conduttore a tutto lo scritto, significando con ciò, senza possibilità di dubbio, che la beatitudine eterna si rende già presente in questa vita, nell’esperienza della presenza, della visone di Dio. Il trattato termina col linguaggio dell’unità nel rapporto tra Dio e l’anima. Di qui l’identificazione dell’“aquila spirituale” con Giovanni l’Evangelista. L’equivalenza dell’uomo nobile con la grande aquila rinvia a Cristo e a colui il cui essere è “in Cristo e per Cristo”: è l’uomo deificato, “diventato per grazia ciò che il Figlio è per natura”. Se, da un lato, questo breve scritto fornì dunque motivi di perplessità agli Inquisitori, dall’altro Suso ne riprende interi brani proprio là dove – nel suo Libretto della Verità – vuole difendere il maestro dall’indebita commistione con i begardi eretici, raffigurati nel “selvaggio”, non in grado di fare le opportune, sottili distinzioni, e perciò vittime del panteismo.

  1. Istruzioni spirituali – Tramandatoci come Reden der Unterscheidung (o tischreden = letture, conversazioni, a tavola), questo testo inizia proprio spiegando che si tratta dei discorsi pronunciati da Eckhart, Priore di Erfurt, durante il pasto serale, rivolto ai novizi del suo Ordine. D'altronde è compito di ogni buon “padre” la formazione dei “figli” a lui affidati in convento. Tale opera, la più lunga fra i cosiddetti Trattati – è, in effetti, significativa per la comprensione del pensiero del Maestro, dato che non si trova in essa nessuno dei temi dottrinali più forti, importanti e complessi del mistico Priore. Eckhart consiglia ai giovani la pratica della frequente Comunione e dei Sacramenti e lo fa in modo semplice, dal momento che quel giovane uditorio avrebbe avuto difficoltà a cogliere un insegnamento sottile e difficile, spesso mal compreso anche da teologi esperti, e avrebbe potuto fuorviare degli adolescenti, né la mensa serale poteva essere il luogo adatto per un insegnamento troppo impegnativo. Ma il linguaggio e lo stile dell’opera sono pienamente eckhartiani e proprio l’insistenza sul distacco contraddistingue il pensiero del Maestro in maniera inequivocabile.

  1. Del distacco – Questo è il quarto breve trattato di Eckhart. Il tono dell’opera è tutto incentrato sul distacco e rigorosamente costruito intorno ad esso. E’ strano però che non si sia posta la dovuta attenzione a quei passi dell’opera in cui il distacco è considerato non come strumento e atto con cui si arriva a Dio, ma come Dio stesso. Il distacco è qui posto come soggetto, perché esso è lo Spirito (non un movimento dello Spirito, ma lo Spirito), perciò si considera Dio “supremo distacco”. Se la realtà dello Spirito è il distacco, ovvero la signoria sui contenuti e sulle cose, questo andare sempre oltre in una inesauribile apertura all’essere, questa insistenza sul nulla che è prossimo al distacco e in cui il distacco si muove, confermano la validità di una lettura di Eckhart nella quale l’essere non può rivelarsi altro che attraverso il non-essere, il nascondimento, il nulla, e il puro nulla diviene fondamento dell’essere, che è sempre “rimaner fuori di sé”.

  1. I sermoni – E’ stata straordinaria la fortuna dei sermoni di Eckhart nel corso dei secoli. Le prediche latine sono eseguite secondo lo stile dell’alta arte omiletica dell’epoca e preziose per l’interpretazione delle Prediche tedesche che, nell’opera complessiva, costituiscono la raccolta più nota e famosa prodotta dal Magister: le sue Prediche tedesche. Con esse ha inizio la lingua letteraria tedesca e contengono l’essenza dell’insegnamento del nostro Padre domenicano. I Sermoni testimoniano una straordinaria ricchezza e profondità speculativa, e le diverse traduzioni posteriori non ci avrebbero allontanato dal vero Eckhart se i traduttori non avessero insinuato nel testo i loro propri pensieri panteistici. Certo, solo pochi ebbero la fortuna di ascoltare i sermoni dalla viva voce di Eckhart quando li pronunciò (forse Tauler e Suso), ma ora la lettura è resa possibile anche agli italiani, grazie alla versione quasi completa delle opere curata da Marco Vannini.