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Di che colore è la neve?

8.4.1 Francesco d'Assisi

San Francesco da circa nove secoli interessa storici letterati teologi artisti e devoti per la ricchezza e la straordinarietà della sua esperienza cristiana, davvero unica, testimonianza di vita evangelica capace di trasformare la nostra società Occidentale. Per questa ragione, un ricercatore che si accosti all’inesauribile bibliografia francescana rimane sconcertato per l’imponente mole di opere a lui consacrate e per la vastità delle applicazioni possibili in ambito religioso. Io, pur avendo letto biografie e studi monografici, ho deciso di non proporre una sintesi della vita del Santo assisano (comunque a tutti nota o facile da reperire), ma di limitarmi alla sua esperienza mistica. Nel Testamento è Francesco stesso che descrive la sua conversione e il proprio itinerario spirituale come frutto di “esperienza mistica”, riconoscendosi colpito dall’Amore. Umberto Neri elenca nel Testamento di Francesco l’iniziativa di Dio in tutte le scelte determinanti della sua esistenza:

per cinque volte ripete “Dominus dedit mihi”

  • di cominciare a fare penitenza
  • fede nelle chiese
  • fede nei sacerdoti
  • dei fratelli
  • di scrivere la Regola e queste parole

per due volte usa l’espressione “revelavit mihi”

  • ciò che dovevo fare
  • il saluto “il Signore ti dia pace”

Francesco aggiunge: “conduxit me”

  • fra i lebbrosi

La conversione

Principio determinante di tutto il cammino seguente – è presentata, inequivocabilmente, come evento mistico. Un giorno il giovane Francesco esce a cavallo da Assisi e, strada facendo, incontra un lebbroso.

La Leggenda dei tre compagni e Tommaso da Celano precisano tutto l’orrore che il mondo medievale provava per i lebbrosi e descrivono la ripugnanza di Francesco per il loro puzzo. Non sappiamo cosa sia scattato nella psiche del cavaliere gentiluomo quando si arrestò di fronte al malato scese da cavallo e lo baciò. Paul Sabatier e Raul Manselli avanzano l’ipotesi di una “vittoria su se stesso”; Romano Guardini immagina un sentimento di comunanza con i lebbrosi; Alvaro Cacciotti presume che egli si unisca agli emarginati della società perché capisce che Dio non può non essere dentro la storia dell’uomo così come essa è; Claudio Leonardi afferma che Francesco, in quel momento, vide nel volto del lebbroso il volto divino di Cristo e divenne “prossimo a Dio”.

Maria Sticco parla di una voce interiore che gli indicò una povertà più grande di quella che aveva conosciuto a Roma; lo Joergensen non si rifà tanto al soprannaturale quanto al naturale, ritiene che Francesco fosse per natura grandemente espansivo e sensibile alle sofferenze dei poveri. Tante ipotesi, tutte plausibili, ma incapaci di dirimere la questione. L’unica cosa che sappiamo con certezza è la testimonianza che lo stesso Francesco ci lascia in merito agli effetti del suo gesto di carità. Lui non ha certo intenzione di scrivere un’autobiografia mistica ma ci dà una prova sicura di quanto avvenne in quel momento: “…allontanandomi dai lebbrosi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo: e di poi stetti poco e uscii dal mondo”. Ecco risaltare il timbro della “passività”, l’intervento in-mediato di Dio; è Lui a prendere l’iniziativa per un mutamento interiore: ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo, ecco il rovesciamento totale dell’esperienza.

Lo Spirito aveva acceso in lui un fuoco nuovo, dando inizio alla vita mistica in quella conversione definitiva. Francesco “si fa presente”, si unisce alla condizione miserevole del lebbroso, Dio gli dona in cambio la Sua presenza, si unisce alla sua condizione umana. Da quel momento, Francesco, preferirà le cose amare alle dolci, perché avrà compreso che nel piano divino, l’ordine è capovolto. Rimarrà un laico, ma condurrà una vita quasi eremitica, alla ricerca di Dio. Dove? Sul Monte Subasio, nei pressi di San Damiano; là si dedica alla preghiera (molti indizi ci suggeriscono che la sua preghiera preferita sia stata la recita ripetitiva del Padre nostro).

Un giorno entrò in chiesa e si pose in ginocchio di fronte al Crocifisso rivolgendogli queste parole: “Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio et dame fede dricta, speranza certa e caritade perfecta, senno et cognoscemento, Signore, che faça lo tuo santo e verace commandamento. Amen”. Erano i primi tempi della sua conversione quando Francesco compose la suddetta preghiera, rivolgendola al Padre Altissimo e a Gesù Crocifisso.

E’ una preghiera di domanda inusuale per un mistico, in quanto esprime la preoccupazione per se stesso, una petizione che potrebbe apparire egoistica, ma non dimentichiamo che Francesco la scrisse probabilmente nel 1206 e riguarda l’inizio del suo rapporto intimo con Dio; collocabile nella primissima fase del suo cammino ascetico, prima del gesto che fonda la sua vita di rinuncia ad ogni bene terreno, sulla piazza d’Assisi, con il denudarsi davanti al popolo alla presenza del Vescovo, a significare la sua nuova vita e la rinuncia al mondo. (Cfr. Claudio Leonardi, La letteratura francescana).

Altri scritti rivelano il mistero dell’anima di Francesco con frequentissimi e stupendi “testi estatici”, di natura mistica:

La Regola non bollata c.17 : Altissimo e sommo, solo vero Dio… Egli stesso riceva tutti gli onori e la reverenza, tutte le lodi e tutte le benedizioni, ogni rendimento di grazia e ogni gloria, poiché suo è ogni bene ed Egli solo è buono. E quando vediamo o sentiamo maledire o fare del male o bestemmiare Dio, noi benediciamo e facciamo del bene e lodiamo il Signore che è benedetto nei secoli. Amen. Al c. 23: Tutti amiamo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutta la capacità e la fortezza, con tutta l'intelligenza, con tutte le forze, con tutto lo slancio, tutto l'affetto, tutti i sentimenti più profondi, tutti i desideri e la volontà il Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l'anima e tutta la vita; che ci ha creati, redenti, e ci salverà per sua sola misericordia; Lui che ogni bene fece e fa a noi miserevoli e miseri, pieni di putrido fetore, ingrati e cattivi. Nient'altro dunque si desideri, niente altro si voglia, nient'altro ci piaccia e ci soddisfi, se non il Creatore e Redentore e Salvatore nostro, solo vero Dio, il quale è pienezza di bene, ogni bene, tutto il bene, vero e sommo bene, che solo è buono, misericordioso e mite, soave e dolce, che solo è santo, giusto, vero e retto, che solo è benigno, innocente e puro, dal quale e per il quale e nel quale è ogni perdono, ogni grazia, ogni gloria di tutti i penitenti e giusti, di tutti i santi che godono insieme nei cieli. Niente dunque ci ostacoli, niente ci separi, niente si interponga. E ovunque, noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, ogni giorno e ininterrottamente crediamo veramente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e benediciamo, glorifichiamo ed esaltiamo, magnifichiamo e rendiamo grazie all'altissimo e sommo eterno Dio, Trino e Uno, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in lui, e amano lui che è senza inizio e senza fine, immutabile, invisibile, inenarrabile, ineffabile incomprensibile. ininvestigabile, benedetto, degno di lode, glorioso, sopraesaltato, sublime, eccelso, soave, amabile, dilettevole e tutto sempre e sopra tutte le cose desiderabile nei secoli dei secoli. Amen.

L’Epistola ai fedeli, c.1 Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo un Padre!
Oh, come è santo, fonte di consolazione, bello e ammirabile avere un tale Sposo!
Oh, come è santo e come è caro, piacevole, umile, pacifico, dolce, amabile e desiderabile sopra ogni cosa avere un tale fratello e un tale figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, il quale offrì la sua vita (cf. Gv. 10, creduto veramente che sono uscito da te, e hanno conosciuto che tu mi hai mandato (Gv. 17,8). Io prego per essi e non per il mondo (cf. Gv. 17,9). Benedicili e santificali! E per loro io santifico me stesso (cf. Gv. 17,17 – 17,19). Non prego soltanto per loro, 15) per le sue pecore, e pregò il Padre dicendo: “Padre santo, custodiscili nel tuo nome (cf. Gv. 17,11)), coloro che mi hai dato nel mondo; erano tuoi e tu li hai dati a me (Gv. 17,6). E le parole che desti a me le ho date a loro; ed essi le hanno accolte ed hanno ma anche per coloro che crederanno in me per la loro parola (Gv. 17,20), perché siano santificati nell’unità (cf. Gv. 17,23) come lo siamo anche noi (Gv. 17,11). E voglio, Padre, che dove sono io, siano anch’essi con me, affinché contemplino la mia gloria (Gv. 17,24), nel tuo regno” (Mt. 20,21). Amen.

Le Lodi di Dio Altissimo – Chartula a Frate Leone(A) Tu sei santo, Signore solo Dio, che operi cose meravigliose. Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo, Tu sei re onnipotente, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra. Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dèi, Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio vivo e vero. (B) Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza, Tu sei umiltà, Tu sei pazienza, Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine, Tu sei sicurezza, Tu sei quiete. Tu sei gaudio e letizia, Tu sei nostra speranza, Tu sei giustizia. Tu sei temperanza, Tu sei tutta la nostra ricchezza e sufficienza. Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine. Tu sei protettore ,Tu sei custode e nostro difensore. Tu sei fortezza, Tu sei refrigerio. Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede, Tu sei la nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza, Tu sei la nostra vita eterna, Grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Le Laudes Dei: Onnipotente, santissimo, altissimo e sommo Iddio, che sei il sommo bene, tutto il bene, ogni bene, che solo sei buono, fa che noi ti rendiamo ogni lode, ogni gloria, ogni grazia, ogni onore, ogni benedizione, e tutti i beni. Fiat. Fiat. Amen

E’ evidente che Francesco, nella sua piena maturità mistica, ormai completamente dimentico di sé (nell’annullamento dell’ io e nell’esaltazione del Tu), è attratto dalla contemplazione, ed è così unito al Signore che, come in un delirio d’amore in cui parla di Dio a Dio, sceglie per l’Amato i titoli più appropriati, in maniera sovrabbondante, con delle impennate ed una intensità tipica solo dei grandi mistici. Nasce con il Santo d’Assisi la lirica francescana, che esprime un fascino quasi magico, che sprigiona dall’abbondanza della grazia e da una fresca e costante ispirazione: “Altissimo onnipotente bon Signore…”.

Per la Carità, che è Dio (Tu es caritas), Egli si effonde al di fuori di sé, trabocca infinito nella creazione, si comunica all’uomo. Da lui Francesco si sente amato e vuole che tutte le creature dell’universo lo lodino e partecipino di questa intimità filiale, in una ammirazione senza fine. Tutta la sua vita è presa da questa realtà, che a lui s’impone – dice Don Divo Barsotti – più della realtà esterna che percepisce coi sensi, più della vita che conduce insieme coi compagni. Il Cristo è più reale per lui di frate Leone, di fra Pacifico, di fra Ruffino. Dio infatti non può mai divenire un nostro possesso, una nostra ricchezza, ma “si possiede” nella misura in cui Egli ci trasforma in sé. E Francesco è un Alter Christus, nella vita e nella povertà, e soprattutto nella croce del Signore i cui segni (le stimmate) ha impressi nel proprio corpo. Ormai, chi guarda Francesco, vede Cristo Crocifisso e Risorto.